Il Presepe di Rogoredo
Autore: Redazione
20 Dic 2025 - Blog, Dicono di noi, News
La Messa di Natale celebrata nel luogo simbolo dello spaccio, tra madri in cerca dei loro figli, tossicodipendenti, poveri e volontari.
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La mia prima volta nel Bosco
Sono stata per la prima volta all’interno del bosco di Rogoredo in occasione della messa di Natale, il 17 dicembre. Era un giorno particolarmente piovoso. Il bosco si presentava avvolto da una nebbiolina sottile, densa, che cancellava i contorni, rendeva incerti gli spazi, confondeva i confini. Non c’erano linee nette, solo presenze che emergevano e scomparivano.
Sono arrivata lì come spettatrice, ma senza alcuna preparazione a ciò che avrei visto. Non era uno spettacolo nel senso comune del termine. Era qualcosa di più crudo, più reale, più difficile da sostenere. I volti di quelle persone mi hanno colpita più di ogni altra cosa. Volti segnati, stanchi, abitati da storie che non chiedevano di essere raccontate ma semplicemente riconosciute. Anime spezzate, visibilmente consumate, che portavano addosso il peso di una vita vissuta troppo spesso ai margini.
Appena arrivata ho provato anche paura. Una paura istintiva, fisica. Quel luogo, che non è davvero un luogo ma un non-luogo, mette paura. Non perché sia violento, ma perché è nudo. Ti costringe a guardare ciò che normalmente resta nascosto, rimosso, lontano.
La pioggia cadeva senza sosta, come a rendere tutto ancora più irreale. E in mezzo a quel paesaggio sospeso, la messa di Natale sembrava quasi un gesto fragile, quasi fuori scala. Eppure era lì. Non come una soluzione al problema, ma come una presenza.
Io ero lì. Per la prima volta non guardavo da lontano, non leggevo, non immaginavo, non sentivo raccontare. Ero lì dentro. E questo da solo ha cambiato qualcosa.
Il team dei volontari di Rogoredo mi ha chiesto di leggere una parte della preghiera dei fedeli. È stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita. Per il luogo in cui quelle parole venivano pronunciate. Leggerle lì, in mezzo a quel bosco, davanti a quelle persone, dava a ogni frase un peso diverso.
Ciò che ha reso tutto ancora più surreale è stato il fatto che con me ci fosse Alice, a cui il libro “Alice e le regole del bosco” di Feder è dedicato. Una ragazza che dal bosco è uscita sei anni fa. Che non ci tornava da allora. E quel giorno ci è tornata per la prima volta, mano nella mano con me. Camminavamo insieme e io sentivo addosso una responsabilità. Quella di essere forte. Per lei. E in qualche modo per entrambe.
Non posso nemmeno lontanamente immaginare cosa significhi vivere quattro anni nel bosco. Quattro anni di freddo, di attesa, di corpi esposti, di sopravvivenza pura. Ma posso ricordare il mio bosco. Un bosco senza alberi, senza pioggia, senza nebbia visibile. Un bosco interiore fatto di dipendenza da cocaina, di notti infinite, di confini sempre più sfumati, di una vita che andava avanti solo perché spinta chimicamente.
Da quel bosco io sono uscita da poco, con passi ancora incerti, con il corpo che sta imparando di nuovo a parlare. E forse è per questo che mi trovavo lì. Non come salvatrice, ma come qualcuno che conosce, almeno in parte, cosa significhi perdersi in un luogo da cui sembra impossibile tornare indietro.